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Messaggio  Giovanni il Dom Apr 17, 2011 10:12 pm




NOTIZIE STRORICHE DA NON DIMENTICARE
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Strage di Piazza Fontana

Messaggio  Giovanni il Dom Apr 17, 2011 10:24 pm



L'esplosione avvenne il 12 dicembre 1969 alle 16:37: una bomba esplose nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana, provocando la morte di diciassette persone ed il ferimento di altre ottantotto. Per la sua gravità e rilevanza politica, tale strage ha assunto un rilievo storico primario venendo convenzionalmente indicata quale primo atto della strategia della tensione. Una seconda bomba fu rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala, furono fatti i rilievi previsti, e successivamente fu fatta brillare distruggendo in tal modo elementi probatori di possibile importanza per risalire all'origine
dell'esplosivo e a chi avesse preparato gli ordigni. Una
terza bomba esplose a Roma alle 16:55 dello stesso
giorno nel passaggio sotterraneo che collegava l'entrata di via Veneto con quella di via di San Basilio della Banca Nazionale del Lavoro, ferendo tredici persone. Altre due bombe esplosero a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una davanti all'Altare della Patria e l'altra all'ingresso del museo del Risorgimento, in piazza Venezia, facendo quattro feriti. Si contarono dunque cinque attentati terroristici nel pomeriggio dello stesso giorno, concentrati, tra il primo e l'ultimo, in un lasso di tempo di soli 53 minuti, a colpire contemporaneamente le due maggiori città d'Italia, Roma e Milano. Sebbene la vicenda sia tuttora oggetto di controversie, le responsabilità di questi attacchi possono essere ricondotte a gruppi eversivi di estrema destra, che miravano a un inasprimento di politiche repressive e autoritarie tramite l'instaurazione di un clima di tensione nel paese.
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Strage di Viareggio

Messaggio  Giovanni il Dom Apr 17, 2011 10:37 pm



Alle 23:48 del 29 giugno 2009, il treno merci 50325 Trecate-Gricignano, con il suo convoglio di quattordici carri cisterna contenenti GPL, deraglia per cause probabilmente legate al cedimento del carrello del primo carro cisterna, che trascina fuori dai binari altri quattro carri. Solo dal primo carro, la cui cisterna viene perforata da un picchetto di segnalazione posizionato lungo la massicciata, fuoriesce il gas GPL che al contatto con l'ossigeno e alla prima possibilità d'innesco si è incendiato. I danni sono immediati e 11 persone muoiono in pochi minuti, investite dalle fiamme o travolte dal crollo degli edifici; 2 altre persone sono stroncate da infarto e decine sono ferite; di esse molte rimangono gravemente ustionate, e la maggior parte muore, molti anche a distanza di diverse settimane dall'evento. I due macchinisti sono rimasti indenni: dopo aver dato frenatura al convoglio si sono messi in salvo dietro ad un muro che li ha protetti dalla fiammata del gas innescato. Il deragliamento si è verificato in corrispondenza del sovrappasso pedonale che scavalca il fascio binari sud della stazione ferroviaria, collegando via Burlamacchi con via Ponchielli. Il gas sembra essersi propagato in direzione di quest'ultima via, nella cui area si registra infatti il maggior numero di vittime, feriti e di edifici crollati o danneggiati. Alcune abitazioni sono state poi abbattute su ordinanza delle autorità comunali perché non più agibili o per costi di riparazione superiori ad una ricostruzione ex novo. Nei giorni successivi è stato
inoltre abbattuto anche lo storico sovrappasso ("La
Passerella") per i gravi danni strutturali riportati dallo stress termico. In totale si contano 31 morti (33 contando i due deceduti per infarto) e 25 feriti. I funerali di Stato ai quali hanno partecipato almeno 30.000 persone si sono tenuti il 7 luglio allo Stadio Torquato Bresciani per 15 defunti, altri 7 hanno ricevuto le esequie con rito musulmano in Marocco. Due altri morti, avvenuti indirettamente per infarto, non sono stati messi nella lista ufficiale.
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Alluvione di Firenze

Messaggio  Giovanni il Dom Apr 17, 2011 10:49 pm



L'alluvione di Firenze del 4 novembre 1966 è l'ultima di una serie di esondazioni del fiume Arno che hanno nel corso dei secoli mutato il volto della città di Firenze. Avvenuta nelle prime ore del 4 novembre 1966 in seguito di un'eccezionale ondata di maltempo, fu uno dei più gravi eventi alluvionali accaduti in Italia, e causò forti danni non solo a Firenze ma in gran parte della Toscana e più in generale tutto il paese. Diversamente dall'immagine che in generale si ha dell'evento, l'alluvione non colpì solo il centro storico di Firenze ma l'intero bacino dell'Arno, sia a monte sia a valle della città. Sommersi dalle acque furono anche diversi quartieri periferici della città come Rovezzano, Brozzi, Peretola, Quaracchi, svariati centri del Casentino e del Valdarno in Provincia di Arezzo, del Mugello (dove straripò anche il fiume Sieve), alcuni comuni dell'hinterland come Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino, Lastra a Signa e Signa (dove strariparono i fiumi Bisenzio ed Ombrone Pistoiese e praticamente tutti i torrenti e fossi minori) e varie cittadine a valle di Firenze, come Empoli e Pontedera. Dopo il disastro, le campagne rimasero allagate per giorni, e molti comuni minori risultarono isolati e danneggiati gravemente. Nelle stesse ore, sempre in Toscana, una devastante alluvione causò lo straripamento del fiume Ombrone, colpendo gran parte della piana della Maremma e sommergendo completamente la città di Grosseto. Nel frattempo, altre zone d'Italia vennero devastate dall'ondata di maltempo: molti fiumi del Veneto, come il Piave, il Brenta e il Livenza, strariparono, e ampie zone del Polesine furono allagate; in Friuli l'esondazione del Tagliamento coinvolse ampie zone e comuni del suo basso corso, come Latisana; in Trentino la città di Trento fu investita pesantemente dallo straripamento dell'Adige. Le cifre della piena dell'Arno: Il lungarno completamente sommerso. In meno di 24 ore le precipitazioni sulla zona di Firenze ammontarono a oltre 190 mm (la media annua delle precipitazioni nella stessa zona è 921 mm). In tutto ilbacino dell'Arno si ebbero precipitazioni simili. L'ENEL diramò un dettagliato rapporto sull'accaduto nei giorni successivi (le dighe delle centrali idroelettriche di Levane e La Penna erano state indicate come possibili cause aggravanti) in cui stimava la quantità d'acqua che aveva colpito Firenze a circa 250 milioni di metri cubi, di cui 120 provenienti dall'alto corso dell'Arno, il resto dagli affluenti a valle delle dighe, in particolare il fiume Sieve. Un tecnico dei Lavori Pubblici stimò la quantità d'acqua in 400 milioni di metri cubi. La portata del fiume al massimo della piena venne stimata in 4000-4500 metri cubi al secondo all'altezza di Firenze.
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Disastro del Vajont

Messaggio  Giovanni il Dom Apr 17, 2011 11:03 pm



Con il termine di disastro del Vajont si è soliti indicare un disastro industriale dovuto alla caduta di una colossale frana nelle acque di un bacino lacustre artificiale alpino e la conseguente tracimazione dell'acqua contenuta nell'invaso con effetto di dilavamento delle sponde del lago e supero della diga con inondazione e distruzione degli abitati di fondo valle. L'evento fu dovuto il 9 ottobre 1963, ad una frana caduta dal versante settentrionale del monte Toc, situato sul confine tra le province di Belluno (Veneto) e Udine (all'epoca dei fatti, ora Pordenone, Friuli-Venezia Giulia), staccatasi a seguito di un inopportuno innalzamento del lago artificiale oltre quota 700 metri (slm), che combinato a una situazione di abbondanti e sfavorevoli condizioni meteo (forti precipitazioni), e sommato a forti negligenze nella gestione dei possibili pericoli dovuti al particolare assetto idrogeologico del versante del monte Toc, innescò il disastro[1]. Alle ore 22.39 di quel giorno, circa 270 milioni di m³ di roccia (un volume quasi triplo rispetto all'acqua contenuta nell'invaso) scivolarono, alla velocità di 30 m/s, nel bacino artificiale sottostante (che conteneva circa 115 milioni di m³ d'acqua al momento del disastro) creato dalla diga del Vajont, provocando un'onda di piena tricuspide che superò di 100 m in altezza il coronamento della diga e che, in parte risalì il versante opposto distruggendo tutti gli abitati lungo le sponde del lago nel comune di Erto e Casso, in parte (circa 25-30 milioni di m³) scavalcò il manufatto (che rimase sostanzialmente intatto seppur privato della parte sommitale) riversandosi nella valle del Piave, distruggendo quasi completamente il paese di Longarone e i suoi limitrofi[2]. Vi furono 1917[3] vittime di cui[4] 1450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 originarie di altri comuni[5]. Lungo le sponde del lago del Vajont, vennero distrutti i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e la parte bassa dell'abitato di Erto[6]. Nella valle del Piave, vennero rasi al suolo i paesi di Longarone, Pirago, Maè, Villanova, Rivalta. Profondamente danneggiati gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna.
Danni anche nei comuni di Soverzene, Ponte nelle Alpi e nella città di Belluno dove venne distrutta la borgata di Caorera, e allagata quella di Borgo Piave. Nel febbraio 2008, nel corso della presentazione
dell'Anno internazionale del pianeta Terra (International Year of Planet Earth) dichiarato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per il 2008, il disastro del Vajont fu citato - assieme ad altri quattro - come un caso esemplare di "disastro evitabile" causato dalla scarsa comprensione delle scienze della terra e - nel caso specifico - dal «fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare»
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Sequestro e morte di Aldo Moro

Messaggio  Giovanni il Dom Apr 17, 2011 11:20 pm



Il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, la Fiat 130 che trasportava Moro, dalla sua abitazione nel quartiere Trionfale zona Monte Mario di Roma alla Camera dei deputati, fu intercettata da un commando delle Brigate Rosse all'incrocio tra via Mario Fani e Via Stresa. Gli uomini delle BR uccisero, in pochi secondi, i 5 uomini della scorta (Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana. Morte e sepoltura Dopo una prigionia di 55 giorni nel covo di via Montalcini, il cadavere di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, fu ritrovato il 9 maggio nel baule posteriore di un'automobile Renault 4 rossa a Roma, in via Caetani, emblematicamente vicina sia a Piazza del Gesù (dov'era la sede nazionale della Democrazia Cristiana), sia a via delle Botteghe Oscure (dove era la sede nazionale del Partito Comunista Italiano). Fu sepolto nel comune di Torrita Tiberina, piccolo paese della provincia romana ove lo statista amava soggiornare. Aveva 61 anni. Papa Paolo VI officiò una solenne commemorazione funebre pubblica per la scomparsa di Aldo Moro, amico di sempre e alleato, a cui parteciparono le personalità politiche e trasmesso in televisione. Questa cerimoniafunebre venne celebrata senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la vita di Moro, rifiutando il funerale di stato e scegliendo di svolgere le esequie dello statista informa privata.
« Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo simile alla grossa pietra rotolata all'ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi a esprimere il "de profundis", il grido, il pianto, dell'ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. Signore, ascoltaci, e chi può ascoltare il nostro lamento?... se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte, Tu, non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di quest'uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico… Fa o Dio, Padre di misericordia, che non sia interrotta la comunione che pur nelle tenebre della morte ancora intercede tra i defunti da questa esistenza temporale e noi tutt'ora viventi in questa giornata, di un sole che inesorabilmente tramonta, non è vano il programma del nostro essere di redenti; la nostra carne risorgerà! la nostra vita sarà eterna! Noi, Aldo, e tutti i viventi in Cristo, beati nell'infinito Iddio, li rivedremo. Signore ascoltaci. E intanto, o Signore, fa, che placato dalla virtù della tua croce, il nostro cuore sappia perdonare l'oltraggio ingiusto e mortale inflitto a quest'uomo carissimo e a quelli che han subito la medesima sorte crudele. Signore ascoltaci! »
(Omelia di Paolo VI durante la messa in suffragio di
Aldo Moro in San Giovanni in Laterano, 13 maggio 1978)
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Terremoto dell'Aquila

Messaggio  Giovanni il Dom Apr 17, 2011 11:56 pm



Il Terremoto dell'Aquila del 2009 consta di una serie di eventi sismici, iniziati nel dicembre 2008 e susseguitesi per diversi mesi fino a maggio 2010, con epicentri nell'intera area della città, della conca aquilana e di parte della provincia dell'Aquila. La scossa principale, verificatasi il 6 aprile 2009 alle ore 3:32, ha avuto una magnitudo pari a 5,9 della scala Richter e 6,3 magnitudo momento (Mw), con epicentro alle coordinate geografiche 42°20′51.36″N 13°22′48.4″E ovvero nella zona compresa tra le località di Roio Colle, Genzano e Collefracido, interessando in misura variabile buona parte dell'Italia Centrale. Ad evento concluso il bilancio definitivo è di 308 vittime, oltre 1600 feriti e oltre 10 miliardi di euro di danni stimati. La scossa della notte del 6 aprile è stata preceduta da una lunga serie di scosse o sciame sismico (foreschocks). La sequenza si è aperta con una scossa di lieve entità (magnitudo 1,8) il 14 dicembre 2008 e poi è ripresa con maggiore intensità il 16 gennaio 2009 con scosse inferiori a magnitudo 3.0 per poi protrarsi, con intensità e frequenza lentamente ma continuamente crescente, fino all'evento principale. Inizialmente, oltre alla zona dell'aquilano, è stata interessata, come epicentro dell'attività, anche la zona di Sulmona (17 e 29 marzo 2009, magnitudo 3,7 e 3,9). La scossa distruttiva (mainschock) si è verificata il 6 aprile 2009 alle 03:32 (ora locale, ovvero le 01.32 UTC). L'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ha registrato un sisma di magnitudo momento 6,3 Mw. Secondo la scala di magnitudo locale (la c.d. scala Richter, ormai obsoleta) il valore registrato dai sismografi è stato di 5,9 Ml risultando così un sisma di moderata intensità rispetto ai valori massimi reali raggiungibili da tale scala sismica. In termini di scala Mercalli di misurazione dei danni, la stima iniziale dell'INGV è stata dell'VIII/IX grado. Vi è stata una certa confusione sul valore della magnitudo, sia per l'uso di scale di magnitudo diverse, sia per poca chiarezza nella loro presentazione. Ad esempio, una sezione del sito internet dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) riporta una registrazione di una magnitudo 6,2 Scala Richter, mentre in altre sezioni è stato presente per circa un anno il dato 5,8 Ml. Il 4 aprile 2010 l'INGV rettifica la magnitudo locale in 5,9 Ml, valore determinato da "calcoli successivi di maggiore precisione". Tuttavia l'analisi testuale del fenomeno presente sul sito istituzionale dell'INGV riporta ancora il valore 5,8 Ml. Alcuni giornali e un telegiornale nazionale hanno riferito che l'INGV avrebbe rivisto, nelle ore seguenti all'evento, le stime della magnitudo Richter. I dubbi sulla reale magnitudo sono ancora in parte dovuti anche al fatto che nella confusione nei primissimi minuti dopo il sisma, in attesa di calcoli precisi, erano stati diffusi dati fantasiosi sulla reale intensità del sisma.. Dopo il 6 aprile nelle 48 ore dopo la scossa principale, si sono registrate altre 256 scosse o repliche (afterschocks), delle quali più di 150 nel giorno di martedì 7 aprile, di cui 56 oltre la magnitudo 3,0 della scala Richter. Tre eventi di magnitudo superiore a 5,0 sono avvenuti il 6, il 7 e il 9 aprile. Dall'esame dei segnali della stazione INGV aquilana (AQU, ubicata nei sotterranei del Forte spagnolo), sono state conteggiate oltre 10.000 scosse. Nei giorni successivi alla scossa principale altri intensi focolai sismici si sono sviluppati a sud-est del capoluogo (Valle dell'Aterno, epicentro Ocre: scosse del 7 e dell'8 aprile 2009 con magnitudo tra 3,0 e 5,6 Mw) e poco più a nord (zona del Gran Sasso, epicentro Campotosto: scosse del 6, 7, 8, 9, 10 e 13 aprile 2009 con magnitudo tra 3,1 e 5,4 Mw). Lo sciame sismico successivo all'evento principale del 6 aprile si sposta dunque in zone limitrofe a nord-ovest della città e in generale della conca aquilana (Pizzoli, Campotosto e Montereale). Un altro evento di magnitudo 4,7 Mw (4,5 Ml) è avvenuto alle ore 22.58 del 22 giugno, con epicentro vicino all'abitato di Pizzoli, a 11 km dall'Aquila. Nella stessa giornata, e soprattutto nella mattinata immediatamente successiva ci sono state anche numerose scosse minori. Altre scosse rilevanti si sono verificate il 3 luglio (magnitudo 4,1 Ml alle ore 13:03 con epicentro tra L'Aquila e Pizzoli, preceduta da altri due eventi di magnitudo 3,4 Ml alle ore 03.14 e 3,6 Ml alle ore 11.43), il 12 luglio (magnitudo 4,0 Ml alle ore 10.49 con epicentro tra L'Aquila e Roio Poggio) e il 24 settembre (magnitudo 4,1 Ml alle ore 18:14 con epicentro tra L'Aquila e Pizzoli). Le scosse di assestamento si sono prolungate per circa un anno dall'evento principale e repliche di magnitudo 3 si sono protratte fino alla fine di maggio 2010. Alla fine dell'evento, nell'anno che ha seguito l'evento del 6 aprile, l'INGV dichiara che ha registrato circa 18.000 terremoti in tutta l'area della città dell'Aquila.
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La morte di Giovanni Paolo II

Messaggio  Giovanni il Lun Apr 18, 2011 12:25 am



IL MONDO COL FIATO SOSPESO CRONOLOGIA DELL'ANNUNCIO (02.04.2005)
19.28: Le condizioni cliniche del Santo Padre si mantengono gravissime. Nella tarda mattinata è
comparsa febbre alta. Opportunamente sollecitato risponde correttamente alle domande, afferma il portavoce vaticano Joaquin Navarro.
19.53: si accendono le luci dell'appartamento del Papa.
19.58: Si aggravano ulteriormente le condizioni del Papa. Problemi cardiaci.
21.57: IL PAPA È MORTO +++ FLASH +++
Alle 21.57 l'Ansa annuncia la morte di Giovanni Paolo II avvenuta alle 21.37 nel suo appartamento privato.
22.03: "Il Papa è tornato nella casa del Padre".
Da piazza San Pietro un unico lunghissimo applauso. L' annuncio della morte del Santo Padre in piazza San Pietro è stato accolto con un lungo applauso. In molti stanno piangendo altri continuano a guardare la finestra al terzo piano del palazzo apostolicoche è stata accesa. Sta suonando la campana in piazza San Pietro.
Più di 60mila fedeli riuniti in piazza San Pietro recitano l'Eterno riposo per Giovanni Paolo II. Molti, piangono pregando per il Papa. A recitare la preghiera dal microfono il segretario di Stato Vaticano, cardinale Angelo Sodano.
22.39: Suona a morto il campanone di San Pietro. È uno dei segnali per annunciare al mondo la morte del
papa. Dopo un'ora suoneranno le campane di tutte le
chiese di Roma. Il Governo italiano dichiara 3 giorni di lutto nazionale. In Polonia i rintocchi baritonali della grande campana di Sigismondo stanno annunciando alla città polacca di Cracovia la morte del Papa. La notizia era già arrivata verso le 22 e la gente si è immediatamente riversata per le strade, affollando il piazzale davanti all'arcivescovado e la collina dell'antica cattedrale del castello del Wawel. A Fatima accolgono la notizia sotto la pioggia.
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Il rapimento di Ermanno Lavorini

Messaggio  Giovanni il Lun Apr 18, 2011 1:02 am



Ermanno Lavorini (Viareggio, 23 marzo 1956 – Viareggio, 31 gennaio 1969) fu la giovanissima vittima (aveva appena dodici anni) di uno degli omicidi che destarono il massimo scalpore nella storia d'Italia del dopoguerra, ad un livello paragonabile a quello del "caso Wilma Montesi".
Il 31 gennaio 1969 scompare a Viareggio il dodicenne Ermanno Lavorini. La famiglia, di condizione modesta, riceve una richiesta telefonica di un riscatto lo stesso giorno della scomparsa del ragazzo. Si tratta del primo caso di rapimento di minore avvenuto nell'Italia repubblicana. Per tre mesi le forze dell'ordine brancolano nel buio. Nel mistero, la stampa italiana monta il caso,intorbidando le acque ed offrendo ampio spazio ad "esperti" in rapimenti, radioestesisti, agopunturisti esensitivi. Addirittura il cantautore Franco Trincale incide su cinque 45 giri una ballata dai toni cupi, Il ragazzo scomparso a Viareggio, in cui invita i rapitori a ridare allamamma l'adolescente. Infine il 9 marzo 1969 un cane scopre il cadavere di Ermanno Lavorini sepolto nella sabbia della pineta di Marina di Vecchiano, luogo di battuage frequentato da omosessuali. Le indagini assumono nuovo vigore ed è ventilata con forza l'ipotesi di delitto a sfondo omosessuale. Il depistaggio e le accuse infondate Il 19 aprile alcuni ragazzi del posto di tendenze politiche di estrema destra, arrestati nel corso delle indagini (il sedicenne Marco Baldisseri, tesoriere del Fronte Monarchico Giovanile di Viareggio, Rodolfo Della Latta detto "Foffo", attivista MSI, e il ventenne Pietro Vangioni, segretario del Fronte monarchico viareggino), accusano di omicidio un quarantenne possidente locale,Adolfo Meciani. Adolfo Meciani Secondo Marco Baldisseri, Meciani aveva ucciso Lavorini con un pugno, perché aveva resistito alle sue avancessessuali. La dichiarazione, dimostratasi poi falsa, distrusse Meciani, commerciante viareggino, che fu anche oggetto di due tentativi di linciaggio pubblico. I giornali dell'epoca indagarono nella vita privata dell'uomo e scoprirono che, pur essendo sposato e padre di famiglia, era segretamente omosessuale, frequentava la pineta, intratteneva relazioni sessuali con giovani prostituti, dai quali in passato era anche stato ricattato. La stampa gli attribuì le peggiori nefandezze, e ricostruìcosì la dinamica del delitto:
« fatto bere uno sciroppo drogato, poi lo aveva spogliato. Il ragazzo era stato preso dalle
convulsioni e Adolfo Meciani gli aveva praticato
un'iniezione per endovena. Così Ermanno era
morto per collasso. »
(La Domenica del Corriere, 13 maggio 1969.) "L'Espresso", il 4 maggio 1969, si univa al nutrito coro di accusatori del Meciani, dipinto come una "figura ambigua", un "bruto" e come il "mostro sospettato, intuito, immaginato fin dal'inizio". Meciani, vista distrutta per sempre la sua reputazione, si suiciderà (impiccandosi con il suo lenzuolo) in carcere per l'accusa infamante, il 24 maggio, senza aspettare che l'accusa cadesse da sola. Giuseppe Zacconi un secondo "mostro" costruito dai mass media e"sbattuto in prima pagina" senza la minima prova fu Giuseppe Zacconi (figlio dell'attore Ermete Zacconi), personaggio viareggino fino a quel momento assai rispettato. Zacconi dovette addirittura arrivare al punto di rivelare pubblicamente di soffrire d'impotenza genetica prima che cessasse il linciaggio mediatico ai suoi danni.
Quando nel 1970 morì d'infarto, non mancò chi parlò di "crepacuore" per l'esperienza subita. Altre accuse I giovani di estrema destra coinvolgono nelle loro
accuse anche il sindaco di Viareggio e il presidente
dell’Azienda di turismo, entrambi socialisti. Entrambi sono costretti a dare le dimissioni, travolti dalla marea diaccuse. Il processo col passare del tempo le contraddizioni fra le confessioni dei tre inquisiti continuano ad accumularsi, fino a quando inizia ad emergere un quadro ben diverso dalla "pista" omosessuale da loro delineata. A poco a poco emerge che Lavorini era stato vittima - sia pure
non premeditata - di un maldestro sequestro di persona compiuto dai tre allo scopo di raccogliere fondi per la loro attività politica. Si era ai primissimi passi della strategia della tensione. Di fronte alle accuse, i giovani cambiarono la loro versione dei fatti, affermando che Lavorini sarebbe stato ucciso accidentalmente durante una banale lite fra loro per la spartizione di bossoli di pistola "casualmente" trovati sulla spiaggia. Secondo la nuova versione dei colpevoli, la richiesta di riscatto sarebbe maturata solo per coprire con un depistaggio l'esecutore materiale dell'omicidio, Marco Baldisseri. Il processo di primo grado, fra "depistaggi", tentativi di insabbiamento e ostacoli vari, iniziò solo nel gennaio del 1975. Il 6 marzo si concluse con una condanna: Marco Baldisserri ebbe 15 anni di reclusione, Rodolfo dellaLatta 19 anni e quattro mesi (più tre anni di libertà vigilata per entrambi). Pietrino Vangioni fu assolto per insufficienza di prove. La Corte di Assise di Pisa accolse però la tesi del Pubblico Ministero, negando che il delitto avesse avuto un movente politico edaffermando che era "maturato in un ambiente diomosessuali". Diversa fu la sentenza della Corte di Cassazione, che arrivò il 13 maggio 1977, comminando 11 anni di carcere a Della Latta, 9 a Vangioni e 8 anni e 6 mesi a Baldisseri, per omicidio preterintenzionale e sequestro di persona al fine di raccogliere fondi per la loro associazione.
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Strage della questura di Milano

Messaggio  Giovanni il Lun Apr 18, 2011 1:59 am



La Strage della questura di Milano fu un attentato terroristico avvenuto il 17 maggio 1973, ad opera di Gianfranco Bertoli, in conseguenza del quale cinquantadue persone rimasero ferite e quattro persero la vita.
Alle 11 del mattino di quel giorno, in Via Fatebenefratelli, davanti alla Questura di Milano, mentre si svolgeva la cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi ucciso un anno prima, dopo che il Ministro dell'Interno Mariano Rumor aveva scoperto il busto dedicato al funzionario ed era andato via in auto, un grosso ordigno esplode in mezzo alla folla di persone ancora riunite per la celebrazione. L'effetto della deflagrazione è devastante: 52 persone rimangono ferite e quattro muoiono. Solo dopo si scoprirà che lo scoppio era stato causato da una bomba a mano. L'attentatore venne immediatamente immobilizzato ed arrestato; si trattava di Gianfranco Bertoli. Bertoli si definì un anarchico "stirneriano". Dichiarò più volte che il vero scopo del suo attentato era l'eliminazione del Ministro Rumor, la quale uccisione avrebbe vendicato gli anarchici perseguitati.
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Terremoto di Messina e Reggio Calabria

Messaggio  Giovanni il Lun Apr 18, 2011 3:03 am



Lunedì 28 dicembre 1908 un terremoto di 7,2 Mw (XI Mercalli) si abbatté violentemente sullo Stretto, colpendo Messina e Reggio in tarda nottata (5,21 circa). Uno dei più potenti sismi della storia italiana aveva quindi còlto la regione nel sonno, interrotto tutte le vie di comunicazione (strada, ferrovia, telegrafo, telefono), danneggiato i cavi elettrici e del gas, e sospeso così l'illuminazione stradale fino a Villa San Giovanni e a Palmi. Con lo strascico di un maremoto, l'evento devastò particolarmente Messina, causandovi il crollo del 90% degli edifici. Le testimonianze dell'epoca la relazione al Senato del Regno – datata 1909 – sul terremoto di Messina e Reggio è agghiacciante: «Un attimo della potenza degli elementi ha flagellato due nobilissime province – nobilissime e care – abbattendo molti secoli di opere e di civiltà. Non è soltanto una sventura della gente italiana; è una sventura della umanità, sicché il grido pietoso scoppiava al di qua e al di là delle Alpi e dei mari, fondendo e confondendo, in una gara di sacrificio e di fratellanza, ogni persona, ogni classe, ogni nazionalità. È la pietà dei vivi che tenta la rivincita dell’umanità sulle violenze della terra. Forse non è ancor completo, nei nostri intelletti, il terribile quadro, né preciso il concetto della grande sventura, né ancor siamo in grado di misurare le proporzioni dell’abisso, dal cui fondo spaventoso vogliamo risorgere. Sappiamo che il danno è immenso, e che grandi e immediate provvidenze sono necessarie». Giovanni Pascoli, che a Messina era stato docente universitario, scrisse: « Qui dove tutto è distrutto, rimane la poesia. » I Siciliani ed i Calabresi vennero immediatamente soccorsi da navi russe ed inglesi di passaggio, mentre gli aiuti italiani arrivarono, con stupore della stampa, solo dopo una settimana. Tra le prime squadre di soccorso che giunsero a Reggio vi fu quella proveniente da Cosenza, guidata dall’esponente socialista Pietro Mancini (padre di Giacomo) che dichiarò: « Le descrizioni dei giornali di Reggio e dintorni sono al di sotto del vero. Nessuna parola, la più esagerata, può darvene l’idea. Bisogna avere visto. Immaginate tutto ciò che vi può essere di più triste, di più desolante.
Immaginate una città abbattuta totalmente, degli
inebetiti per le vie, dei cadaveri in putrefazione ad ogni angolo di via, e voi avrete un’idea approssimativa di che cos’è Reggio, la bella città che fu. » E ancora i giornali scrissero: « Oramai non v’è dubbio che, se a Reggio fossero giunti pronti i soccorsi, a quest’ora non si sarebbero dovute deplorare tante vittime. » « Si è assodato che Reggio rimase per due giorni in quasi completo abbandono. I primi ad accorrere il giorno 28 in suo soccorso vennero a piedi da Lazzaro insieme al generale Mazzitelli ed a poche centinaia di soldati: furono i dottori Annetta e Bellizzi in unione ai componenti la squadra agricola operaia di Cirò, forte di 150 uomini accompagnati dall’avv. Berardelli di Cosenza. Questa squadra ebbe contegno mirabile e diede aiuto alle migliaia di feriti giacenti presso la stazione. Gli stessi operai provvidero allo sgombero della linea ferroviaria favorendo la riattivazione delle comunicazioni ferroviarie. Appena giunti furono circondati da una turba di affamati ed il pane da essi portato veniva loro strappato letteralmente dalle mani. Sicché essi dovettero patire la fame fino al giorno 30 quando cominciò l’arrivo delle navi.» A Reggio andarono distrutti diversi edifici pubblici. Caserme ed ospedali subirono gravi danni, 600 le vittime del 22º fanteria dislocate nella caserma Mezzacapo, all'Ospedale civile, su 230 malati ricoverati se ne salvarono solo 29. A Palmi crollarono numerose case, andò distrutta la chiesa di San Rocco, il Duomo e diversi edifici pubblici. A Tiriolo nei pressi di Catanzaro si ebbero molti danni ma fortunatamente pochi gli scomparsi data la modesta dimensione delle abitazioni. In Sicilia si ebbero crolli a Maletto, Belpasso, Mineo, S. Giovanni di Giarre, Riposto e Noto. A Caltagirone crollò per metà il quartiere militare. A Messina, maggiormente sinistrata, rimasero sotto le macerie ricchi e poveri, autorità civili e militari. Nella nuvola di polvere che oscurò il cielo, sotto una pioggia torrenziale ed al buio, i sopravvissuti inebetiti dalla sventura e semivestiti non riuscirono a realizzare immediatamente l’accaduto. Alcuni si diressero verso il mare, altri rimasero nei pressi delle loro abitazioni nel generoso tentativo di portare soccorso a familiari ed amici. Qui furono colti dalle esplosioni e dagli incendi causati dal gas che si sprigionò dalle tubature interrotte. Tra voragini e montagne di macerie gli incendi si estesero, andarono in fiamme case, edifici e palazzi ubicati nella zona di via Cavour, via Cardines, via della Riviera, corso dei Mille, via Monastero Sant'Agostino. Ai danni provocati dalle scosse sismiche ed a quello degli incendi si aggiunsero quelli cagionati dal maremoto, di impressionante violenza, che si riversò sulle zone costiere di tutto lo Stretto di Messina con ondate devastanti stimate, a seconda delle località della costa orientale della Sicilia, da 6 m a 12 m di altezza (13 metri a Pellaro, frazione di Reggio). Lo tsunami in questo caso provocò molte vittime, fra i sopravvissuti che si erano ammassati sulla riva del mare, alla ricerca di un'ingannevole protezione.. Improvvisamente le acque si ritirarono e dopo pochi minuti almeno tre grandi ondate aggiunsero al già tragico bilancio altra distruzione e morte. Onde gigantesche raggiunsero il litorale spazzando e schiantando quanto esistente. Nel suo ritirarsi la marea risucchiò barche, cadaveri e feriti. Molte persone, uscite incolumi da crolli ed incendi,trascinate al largo affogarono miseramente. Alcune navi alla fonda furono danneggiate, altre riuscirono a mantenere gli ormeggi entrando in collisione l’una con l’altra ma subendo danni limitati. Il villaggio del Faro a pochi chilometri da Messina andò quasi integralmente distrutto. La furia delle onde spazzò via le case situate nelle vicinanze della spiaggia anche in altre zone. Le località più duramente colpite furono Pellaro, Lazzaro e Gallico sulle coste calabresi; Briga e Paradiso, Sant'Alessio e fino a Riposto su quelle siciliane. Gravissimo fu il bilancio delle vittime: Messina, che all’epoca contava circa 140.000 abitanti, ne perse circa 80.000 e Reggio Calabria registrò circa 15.000 morti su una popolazione di 45.000 abitanti. Secondo altre stime si raggiunse la cifra impressionante di 120.000 vittime, 80.000 in Sicilia e 40.000 in Calabria. Altissimo fu il numero dei feriti e catastrofici furono i danni materiali. Numerosissime scosse di assestamento si ripeterono nelle giornate successive e fin quasi alla finedel mese di marzo 1909.
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L'eccidio di Sant'Anna di Stazzema

Messaggio  Giovanni il Mar Apr 19, 2011 11:17 pm



L'eccidio di Sant'Anna fu un crimine contro l'umanità commesso dai soldati tedeschi della 16. SS- Panzergrenadier-Division "Reichsführer SS", comandata dal generale (Gruppenführer) Max Simon, il 12 agosto 1944 e continuato in altre località fino alla fine del mese.
Ai primi di agosto 1944 Sant’Anna di Stazzema era stata qualificata dal comando tedesco “zona bianca”, ossia una località adatta ad accogliere sfollati: per
questo la popolazione in quell’estate aveva superato le mille unità. Inoltre, sempre in quei giorni, i partigiani avevano abbandonato la zona senza aver svolto
operazioni militari di particolare entità contro i tedeschi. Nonostante ciò, all’alba del 12 agosto ’44, tre reparti di SS salirono a Sant’Anna, mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle, sopra il paese di Valdicastello.
Alle sette il paese era circondato. Quando le SS
giunsero a Sant’Anna, accompagnati da fascisti collaborazionisti che fecero da guide, gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere
deportati, mentre donne vecchi e bambini, sicuri che
nulla sarebbe capitato loro, in quanto civili inermi,
restarono nelle loro case. In poco più di tre ore vennero massacrati 560
innocenti, in gran parte bambini, donne e anziani. I
nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle o nelle
cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra e bombe
a mano, compiendo atti di efferata barbarie. La vittima
più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni. Fu trovata, ancora viva ma gravemente ferita, da una
sorella miracolosamente superstite tra le braccia della
madre ormai morta. Morì pochi giorni dopo nell'ospedale
di Valdicastello. Infine il fuoco, a distruggere e
cancellare tutto. Non si trattò di rappresaglia. Come è
emerso dalle indagini della Procura Militare della Spezia, si trattò di un atto terroristico, di una azione
premeditata e curata in ogni minimo dettaglio.
L'obiettivo era quello di distruggere il paese e
sterminare la popolazione per rompere ogni
collegamento fra le popolazioni civili e le formazioni
partigiane presenti nella zona. La ricostruzione degli avvenimenti, l’attribuzione delle responsabilità e le motivazioni che hanno originato
l’Eccidio sono state possibili grazie al processo svoltosi al Tribunale militare della Spezia e conclusosi nel 2005 con la condanna all’ergastolo per dieci ex SS colpevoli del massacro; sentenza confermata in Appello nel 2006 e ratificata in Cassazione nel 2007. Nella prima fase processuale si è svolto, grazie al Pm Marco de Paolis, un imponente lavoro investigativo, cui sono seguite le
testimonianze in aula di superstiti, di periti storici e
persino di due SS appartenute al battaglione che
massacrò centinaia di persone a Sant’Anna. Fondamentale, nel 1994, anche la scoperta avvenuta a Roma, negli scantinati di Palazzo Cesi, di un armadio chiuso e girato con le ante verso il muro, ribattezzato
poi “Armadio della vergogna”, poiché nascondeva da oltre 40 anni documenti che sarebbero risultati
fondamentali ai fini di una ricerca della verità storica e
giudiziaria sulle stragi nazifasciste in Italia nel secondo dopoguerra. Il 19 agosto, varcate le Apuane, le SS si spingevano in comune di Fivizzano (Massa Carrara), seminando la morte fra le popolazioni inermi dei villaggi di Valla,
Bardine e Vinca, nella zona di San Terenzo. Nel giro di
cinque giorni uccidevano oltre 340 persone mitragliate,
impiccate, addirittura bruciate con i lanciafiamme. Nella prima metà di settembre, con il massacro di 33 civili a Pioppetti di Montemagno, in comune di Camaiore (Lucca), i reparti delle SS portavano avanti la loro opera nella provincia di Massa Carrara. Sul fiume Frigido venivano fucilati 108 detenuti del campo di concentramento di Mezzano (Lucca), e per finire a Bergiola e a Forno i nazisti facevano circa 200 vittime. Avrebbero continuato la strage con il massacro di Marzabotto.
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Strage di Ustica

Messaggio  Giovanni il Mer Apr 20, 2011 12:40 am



Con strage di Ustica si indica il disastro aereo in cui persero la vita 81 persone nel cielo tra le isole di Ustica e Ponza, venerdì 27 giugno 1980, quando l'aereo di linea I-TIGI Douglas DC-9 appartenente alla compagnia aerea Itavia si squarciò in volo senza preavviso e scomparve in mare. Dopo trent'anni di inchieste, molti aspetti di questo disastro non appaiono ancora chiariti. Ricostruzione dell'accaduto Alle 20:08 del 27 giugno 1980 il volo IH870 diretto da Bologna a Palermo parte, con due ore di ritardo, e si svolge regolarmente nei tempi e sulla rotta previsti fino all'ultimo contatto radio tra velivolo e controllore procedurale di Roma Controllo, che avviene alle 20:58. Alle 21:04, chiamato per l'autorizzazione di inizio discesa su Palermo, il volo IH870 non risponde. L'operatore di Roma reitera invano le chiamate; lo fa chiamare, sempre senza ottenere risposta, anche dadue voli dell'Air Malta KM153, che segue sulla stessa rotta, e KM758; dal radar militare di Marsala e dalla torre di controllo di Palermo. Passa senza notizie anche l'orario di arrivo a destinazione, previsto per le 21:13. Alle 21:25 il comando del Soccorso Aereo di Martina Franca assume la direzione delle operazioni di ricerca, allerta il 15º Stormo a Ciampino, sede degli elicotteri HH-3F del Soccorso Aereo. Alle 21:55 decolla il primo HH-3F e inizia a perlustrare l'area presunta dell'eventuale incidente. L'aereo è ormai disperso. Nella notte numerosi elicotteri, aerei e navi partecipano alle ricerche nella zona. Solo alle prime luci dell'alba viene individuata da un elicottero HH-3F del Soccorso Aereo alcune decine di miglia a nord di Ustica, una chiazza oleosa. Poco dopo raggiunge la zona un Breguet Atlantic dell'Aeronautica e vengono avvistati i primi relitti e i primi cadaveri. È la conferma che il velivolo è precipitato in quella zona del Tirreno dove la profondità supera i tremila metri. Il recupero delle salme Le vittime del disastro sono ottantuno, di cui tredici bambini, ma si ritrovano e recuperano i corpi di sole trentotto persone. Sulle sette salme disposte per l'autopsia furono riscontrati sia grandi traumi da caduta a livello scheletrico e viscerale sia lesioni enfisematose polmonari da decompressione (l'aereo si era dunque aperto in volo). Nelle perizie gli esperti affermarono che l'instaurarsi degli enfisemi da depressurizzazione precedette cronologicamente tutte le altre lesioni riscontrate, ma non causò direttamente il decesso dei passeggeri facendo loro perdere solo conoscenza. Lamorte sopravvenne soltanto in seguito a causa di fatali traumi, riconducibili, assieme alla presenza di schegge e piccole parti metalliche in alcuni dei corpi, a reiterati urti con la struttura dell'aereo in caduta.
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La tragedia del Moby Prince

Messaggio  Giovanni il Gio Apr 21, 2011 1:16 am



Salii sul Moby Prince e vidi l’orrore Non credo verrà mai fatta luce attraverso quella nebbia
che la sera del 10 aprile 1991 avvolgeva il mare davanti a Livorno. Come per Ustica, la strage del 2 agosto e piazza Fontana, anche per i 140 morti del più grave disastro della marineria italiana, uomini donne e bambini che quella sera si imbarcarono sul
traghetto Moby Prince diretti a Olbia, non ci sarà mai giustizia. A scacciare le ombre ci ha provato qualche
anno fa anche un magistrato che stimo molto, Antonio Giaconi, ma si è dovuto arrendere persino uno come lui che è un mastino. Posso raccontarvi
quello che vidi io quella notte e nei giorni successivi.
Per ricordare. Vissi quei momenti da giornalista, con la
macchina fotografica al collo, nonostante i miei 22 anni che, da allora, cambiarono aspetto. Ero alla finestra dicasa, ad Antignano, periferia della città, guardavo l’orizzonte come spesso mi capita nelle pause di riflessione. In mare c’era appunto foschia, ma a un certo momento il fumo riusciva a distinguersi. E non era nebbia. Mio padre allora era condirettore del Tirreno e, naturalmente, era al giornale. Provai a chiamarlo, ma
l’interno mi dava occupato. Allora feci il 401141, che era il numero del centralino, e mi feci passare Elisabetta Arrighi, cronista di razza, certo che avrei avuto risposte. Mi disse che probabilmente era
una bettolina andata a fuoco, che lei stava scappando
in capitaneria perché in quelle informazioni che le
avevano dato c’era qualcosa che non le tornava. Scoprii più tardi quello che era successo. Altro che
bettolina, aveva ragione Arrighi a porsi dubbi: un
traghetto era finito contro la petroliera Agip Abruzzo, la prua aveva centrato la cisterna 7, carica di 2700
tonnellate di petrolio Iranian Light e gli aveva riversato
addosso greggio e fiamme. Più tardi mio padre
mi chiamò, mi disse di andare al porto con la macchina
fotografica. Da lì in poi la consapevolezza di qualcosa di enorme,
struggente. Ma niente ancora di quello che avrei visto
in seguito. Alla capitaneria, insieme a un collega,
andammo negli uffici degli ormeggiatori, i primi ad
accorgersi di quello che era successo davvero. Mi
ricordo le loro lacrime, la tensione, finirono quasi per menarsi tra di loro in quel caos infernale. Al porto
incontrai un altro collega, Furio Domenici. Mi disse che aveva parlato con un amico della Labromare (ditta privata che lavora insieme ai vigili del fuoco per
spegnere le fiamme del Moby) e che il
giorno successivo saremmo saliti su quella nave a
vedere cosa fosse accaduto. Fummo gli unici due giornalisti a salire sul Moby, io e
Domenici. Travestiti (allora il mestiere si faceva così) da
operai addetti alla bonifica di quel restava del
traghetto. Io ero un ragazzino, Domenici ne aveva già
viste di cotte e di crude, aveva seguito il terremoto in
Irpinia, le stragi di Natale, i delitti del mostro di Firenze. Ma quando arrivammo al salone De Luxe della nave
restammo di pietra. Entrambi. Avevamo delle maschere
a coprirci il volto, ma quell’odore di bruciato, di carne umana bruciata, me lo porto ancora dietro. La nave era ancora rovente, e le suole degli stivali che
ci aveva dato Ghigo Cafferata della Labromare ci si scioglievano sotto i piedi. E poi quel salone. Fatto di
brandelli che potevano ricondurre a essere umani, ma
che non avremmo riconosciuto. Forse qualcosa di simile
si trova nelle rarissime foto di forni crematori. Sì, credo
di aver visto da vicino qualcosa di molto simile
alla guerra. Anche se il ricordo che mi porto dentro è l’odore. Delle 140 persone non restava niente, si erano sciolte in un tentativo di fuga, forse, ma che non
abbiamo mai saputo. Si dice che i passeggeri
vennero tutti radunati nel salone mentre la nave
prendeva fuoco e in attesa dei soccorsi. Uno degli
elementi verosimili di tutta questa tragedia. Tutti
particolari che non sapemmo allora e non sappiamo con certezza neanche oggi. Perché nessuno fuggì da quel salone che era diventato
una trappola? Come fece a salvarsi una sola persona?
Neanche questo si può accertare, solo un racconto di
quel mozzo, Alessio Bertrand, sempre molto confuso.
Fu colpa della foschia? Improbabile. Ma soprattutto una
cosa: perché i soccorsi partirono in ritardo. Alle 22.25 il marconista del Moby lancia il May Day attraverso una
ricetrasmittente portatile, non era in sala radio, ma
i soccorsi cercavano l’Agip Abruzzo, il Moby se lo persero. Lo trovarono un’ora e dieci minuti più tardi e quasi per caso. Il pm Giaconi qualche anno fa si è fatto mandare
immagini satellitari, si è riletto le trascrizioni dei messaggi
tra l’avvisatore marittimo, la nave Agip Abruzzo, le comunicazioni sul canale vhf 16 della Moby. Non ne è uscito nulla di decisivo. Il fascicolo è stato archiviato. Sappiamo che in quello specchio di mare c’erano manovre di navi americane che caricavano armi da Camp Darby, come avviene anche oggi con una certa frequenza e grande mistero, visto che le autorità della
base non sono tenute ad avvisare dei loro spostamenti.
C’era un traffico inconsueto quella notte in porto, e soprattutto c’era una nave, la Theresa, che misteriosamente si allontanò subito dalla zona
dell’incidente. Ma sono solo ipotesi, supposizioni. C’era una partita in tv quella sera e il comandante del Moby, Ugo Chessa, senza possibilità di difendersi, visto che si trovava a prua
e fu sicuramente tra i primi a morire, venne accusato
anche per quello: i dietrologi sostengono che
l’equipaggio inserì presto il pilota automatico per fare i loro comodi. Fantasiosa anche questa come
ricostruzione. E ancora: quella bettolina, che eppure era in quello
specchio d’acqua c’era. Che fine fece? Niente, non lo sappiamo. Io ricordo che le fotografie non riuscii a farle.
Ne ho scritto più volte, anni dopo, di quell’incidente, ma sempre con uno stato d’animo confuso dai ricordi. La stessa confusione che mi accompagnò quando scesi
dalla Moby, nei giorni a seguire, quando arrivarono i
parenti delle vittime e venne allestita una sala dove
ricomposero quello che restava dei corpi. Anelli,
catenine, orecchini. Impronte dentali. Niente, in
pratica. Quella nebbia si è portata via la Moby e quelle persone
che partivano, chi per le vacanze di Pasqua, chi per
tornarsene a casa. Per una serie di coincidenze ho viaggiato con la Moby
decine e decine di volte, sulla stessa rotta. Ho passato
anni a tentare di ricostruire quello che accadde, tra
carte vecchie e nuove, a parlare coi figli del
comandante Chessa. A tentare una spiegazione
di quello che avvenne. Non sono mai arrivato a nessuna conclusione. Anche perché quando si aprì il processo
(se non sbaglio, parte dell’inchiesta fin nelle mani di un magistrato arrestato anni dopo per una corruzione) ero
via da Livorno e non lo seguii. Ogni anno il 10 aprile torno al porto, alla Darsena
Toscana, butto in mare un fiore. Solo per ricordare,
consapevole che quelle 140 persone non avranno
giustizia. E se per piazza Fontana e le stragi di Natale
qualche vaga spiegazione me la sono data, ho capito
che alcuni apparati dello Stato non possono parlare, per la Moby no. Non sono riuscito ad arrivare a nessuna
conclusione. Non sono arrivato a capire perché coloro
che sanno – e ci sono – continuino a non raccontarla giusta.
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Il massacro del Circeo

Messaggio  Giovanni il Gio Apr 21, 2011 11:14 pm



Il massacro del Circeo, per l'atrocità delle sevizie inferte a Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, che ne morì, è destinato a restare una delle pagine criminali più allucinanti del dopoguerra. Oltre mille pagine di istruttoria furono scritte per ricostruire nei dettagli questo delitto avvenuto il primo ottobre del 1975. Dopo 36 ore di torture morali, fisiche e sessuali, tre giovani Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, tutti gravitanti negli ambienti neofascisti della capitale, uccidono Rosaria Lopez, 17 anni, che assieme alla sua coetanea, Donatella Colasanti, li aveva seguiti nella villa al Circeo di Ghira, convinte di andare ad una festa. Dopo una notte di bestiale violenza, all'alba, i tre pensando che le due ragazze siano morte le avvolgono in sacchi di plastica, le caricano nel bagagliaio della 127 di Guido e fanno ritorno a Roma. Prima di sbarazzarsi dei corpi delle due ragazze, parcheggiano tranquillamente l'auto sotto l'abitazione dello stesso Guido e si allontanano. Ma Donatella Colasanti, tramortita e ferita, era ancora viva, e accortasi che l'auto è stata abbandonata, comincia a gemere, richiamando così l'attenzione di un vigile notturno che apre il bagagliaio dell'auto e la salva. Gianni Guido viene subito arrestato, in apparente stato di confusione mentale. Angelo Izzo poco dopo, Andrea Ghira riesce invece a fuggire. Non sarà mai catturato. Il processo si svolge nel luglio del 1976 e i giudici non concedono alcuna attenuante ai tre imputati, che vengono condannati in prima istanza al carcere a vita per omicidio pluriaggravato. Nel gennaio del 1977 Gianni Guido e Angelo Izzo cercano di evadere dal carcere di Latina, dove erano detenuti, prendendoin ostaggio una guardia carceraria. Il tentativo fallisce. Al processo d'appello, il 28 ottobre 1980, i familiari della giovane uccisa, accettano ilrisarcimento offerto dalla famiglia Guido e questo - insieme al presunto pentimento dell'omicida induce la Corte a ridurgli la pena a 30 anni di reclusione. Successivamente Guido viene trasferito nel carceredi San Gimignano dove, grazie ad una condotta modello, riesce a godere di un trattamento tantoprivilegiato da avere accesso alla portineria delpenitenziario da dove fugge, senza particolari difficoltà, il 25 gennaio 1981. Il 28 gennaio 1983 Guido viene arrestato a Buenos Aires: sotto falsonome, vendeva automobili. Ricoverato in ospedale, in attesa di estradizione, perché feritosi durante un tentativo di evasione, il 15 aprile 1985, Guido riesce nuovamente a fuggire. Sarà nuovamente intercettato nel giugno 1994 a Panama e trasferito in Italia. Tentativi di evasione hanno caratterizzato anche la vita carceraria di Angelo Izzo, nel frattempo divenuto una sorta di "pentito" buono per tutte le stagioni (dall’eversione di destra fino alla mafia). Izzo riesce ad evadere dal carcere di Alessandria il 25 agosto 1994 per essere poi arrestato in Francia il 15 settembre successivo. Di Andrea Ghira, invece, non si sono mai avute notizie.

IL RACCONTO DI DONATELLA COLASANTI

Tutto è cominciato con l'incontro di un ragazzo all'uscita del cinema che diceva di chiamarsi Carlo, lo scambio dei numeri di telefono e la promessa di vederci all'indomani insieme ad altri amici.
Con Carlo così, vengono Angelo e Gianni,
chiacchieriamo un po', poi si decide di fare qualcosa all'indomani, io dico che non avrei potuto, allora si fissa per lunedì. L'appuntamento è per le quattro del
pomeriggio. Arrivano solo Angelo e Gianni, Carlo,
dicono, aveva una festa alla sua villa di Lavinio, se
avessimo voluto raggiungerlo… ma a Lavinio non arrivammo mai. I due a un certo punto si fermano a un bar per telefonare a Carlo, così dicono; quando Gianni ritorna in macchina dice che l'amico avrebbe gradito la nostra visita e che andassimo pure in villa che lui stava al mare. La villa era al Circeo e quel Carlo non arrivò mai. I due si svelano subito e ci chiedono di fare l'amore, rifiutiamo, insistono e ci promettono un milione ciascuna, rifiutiamo di nuovo. A questo punto Gianni tira fuori una pistola e dice: "Siamo della banda dei Marsigliesi, quindi vi conviene obbedire, quando arriverà Jacques Berenguer non avrete scampo, lui è un duro, è quello che ha rapito il gioielliere Bulgari". Capiamo che era una trappola e scoppiamo a piangere.
I due ci chiudono in bagno, aspettavano Jacques. La
mattina dopo Angelo apre la porta del bagno e si
accorge che il lavandino è rotto, si infuria come un
pazzo e ci ammazza di botte, e ci separano: io in un
bagno, Rosaria in un altro. Comincia l'inferno. Verso sera arriva Jacques. Jacques in realtà era Andrea Ghira, dice che ci porterà a Roma ma poi ci hanno
addormentate. Ci fanno tre punture ciascuna, ma io e Rosaria siamo più sveglie di prima e allora passano ad altri sistemi. Prendono Rosaria e la portano in un'altra stanza per cloroformizzarla dicono, la sento piangere e urlare, poi silenzio all'improvviso. Devono averla uccisa in quel momento. A me mi picchiano in testa col calcio della pistola, sono mezza stordita, e allora mi legano un laccio al collo e mi trascinano per tutta casa per strozzarmi, svengo per un po', e quando mi sveglio sento uno che mi tiene al petto con un piede e sento che dice: "Questa non vuole proprio morire", e giù a colpirmi in testa con una spranga di ferro. Ho capito che avevo una sola via di uscita, fingermi morta, e l'ho fatto. Mi hanno messa nel portabagagli della macchina, Rosaria non c'era ancora, ma quando l'hanno portata ho sentito chiudere il cofano e uno che diceva: "Guarda come dormono bene queste due".
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Strage di Bologna

Messaggio  Giovanni il Gio Apr 21, 2011 11:55 pm



2 agosto 1980, alle 10:25, nella sala d'aspetto di 2ª classe della stazione di Bologna, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, esplose,causando il crollo dell'ala ovest dell'edificio. L'esplosivo, di fabbricazione militare, era posto nella valigia, sistemata a circa 50 centimetri d'altezza su di un tavolino portabagagli sotto il muro portante dell'ala ovest, allo scopo di aumentarne l'effetto; l'onda d'urto, insieme ai detriti provocati dallo scoppio, investì anche il treno Ancona-Chiasso, che al momento si trovava in sosta sul primo binario, distruggendo circa 30
metri di pensilina, ed il parcheggio dei taxi antistante l'edificio.
L'esplosione causò la morte di 85 persone ed il ferimento o la mutilazione di oltre 200.
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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Messaggio  Giovanni il Ven Apr 22, 2011 11:21 pm




Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due
giudici siciliani che hanno dedicato la loro vita alla
lotta contro la mafia.
Di loro si racconta infatti che quando erano ancora
adolescenti giocavano a pallone nei quartieri
popolari di Palermo e che fra i loro compagni di gioco c'erano probabilmente anche alcuni ragazzi
che in futuro dovevano diventare uomini di "Cosa
Nostra". E forse proprio il fatto di essere siciliani, nati e cresciuti
a contatto diretto con la realtà di quella regione, era la
loro forza: Falcone e Borsellino infatti capivano
perfettamente il mondo mafioso, capivano il senso
dell'onore siciliano e capivano il linguaggio dei boss e dei
malavitosi con cui dovevano parlare. Per questo sapevano dialogare con i "pentiti" di mafia, sapevano
guadagnarsi la loro fiducia e perfino il loro rispetto. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano coetanei: il primo è nato a Palermo nel 1939, il secondo nel
1940. Durante l'università - alla fine degli anni Cinquanta -
Paolo Borsellino si iscrive al FUAN, un'organizzazione
politica di estrema destra. È molto bello pensare che
nessuno avrà mai il coraggio di rinfacciargli questa
scelta: il suo comportamento è sempre stato così
onesto e pulito che sia da destra che da sinistra si doveva necessariamente rispettarlo.
Nel 1963 entra in Magistratura: lavora in diversi tribunali
e nel 1975 è trasferito al tribunale di Palermo, dove entra all'Ufficio istruzione processi penali sotto la guida di Rocco Chinnici. Lavora con il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile alla sua prima indagine sulla mafia e nel 1980 fa
arrestare un primo gruppo di sei mafiosi. Nello stesso
anno il capitano Basile viene assassinato. Per la famiglia Borsellino la vita cambia e da quel momento in poi tutti vivranno blindati e continuamente
protetti da una scorta. Continua a lavorare senza tregua nel pool anti-mafia
guidato da Rocco Chinnici, a stretto contatto anche
con il suo amico Giovanni Falcone che nel 1979 era
entrato anche lui all'Ufficio istruzione processi penali. Ma nel 1983 anche Rocco Chinnici viene assassinato dai mafiosi. Sembra la fine di un'esperienza
che stava dando qualche risultato. A Palermo, al posto di Chinnici, arriva Antonino Caponnetto che è assolutamente deciso a portare avanti il lavoro del suo predecessore. Con Falcone e
Borsellino e altri bravi magistrati comincia allora
l'avventura del pool anti-mafia. In pratica i magistrati di Palermo cercano di combattere
la mafia così come negli anni precedenti si era
combattuto - e vinto - il terrorismo.
Nel 1983 altri due funzionari di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà - stretti collaboratori di Falcone e Borsellino - sono uccisi dalla mafia
Ma grazie alla capacità dei magistrati di indagare e
all'intelligenza di Falcone nel ricostruire la "geografia
mafiosa" di quel periodo, un gran numero di mafiosi
finisce in galera. E finalmente Falcone e Borsellino riescono a mettere in
piedi il famoso maxi-processo, un processo in cui sul banco degli imputati siedono ben 475 mafiosi che nel
1987 saranno condannati. In realtà questa grande, grandissima vittoria è anche il
principio della fine per i due magistrati e forse è anche
la loro condanna a morte.
Antonino Caponnetto deve lasciare il pool per motivi di
salute. Al suo posto, invece di Giovanni Falcone che ne
era il naturale erede, va a finire un altro magistrato che in breve tempo scioglie il famoso pool antimafia.
Comincia una stagione di veleni (Falcone è accusato di
"protagonismo" e alla fine chiederà il trasferimento a
Roma; a Borsellino vengono tolte le indagini sulla mafia
a Palermo e gli vengono assegnate quelle di Agrigento
e Trapani). L'unità delle indagini che aveva dato grandi risultati è così definitivamente distrutta. Ma i due magistrati non abbandonarono la lotta:
Falcone dopo il
1988 collabora ancora con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, e riesce a colpire
le famiglie mafiose dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di eroina. E
quando è trasferito a Roma progetta la creazione di
una Direzione Nazionale Antimafia per coordinare tutta la lotta alla mafia che si svolge in Italia. Falcone
doveva esserne il Direttore. Ma il 23 maggio 1992 - con un attentato spettacolare - la macchina di Falcone viene fatta
esplodere sull'autostrada che collega Palermo e
Trapani: 500 chili di tritolo che tolgono la vita a
Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo e a tre agenti
di scorta. Quando Falcone salta in aria, Paolo Borsellino capisce
che non gli resterà troppo tempo. Lo dice chiaro:
“Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me”. Il 19 luglio dello stesso anno un'autobomba esplode sotto casa di sua madre mentre Paolo Borsellino sta
andandola a trovare. Il magistrato muore con tutti gli
uomini della scorta. Pochi giorni prima aveva dichiarato: Non sono né un eroe né un Kamikaze, ma una persona
come tante altre. Temo la fine perché la vedo come
una cosa misteriosa, non so quello che succederà
nell'aldilà. Ma l'importante è che sia il coraggio a
prendere il sopravvento... Se non fosse per il dolore di
lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno.
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Mike Bongiorno

Messaggio  Giovanni il Sab Apr 23, 2011 12:28 am




Figlio di padre italo- americano e di madre torinese, il re del quiz nasce a New York come Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, il 26 maggio 1924. E' giovanissimo quando si trasferisce in Italia: frequenta il ginnasio e il liceo a Torino. Durante la Seconda guerra mondiale interrompe gli studi e si unisce alle formazioni partigiane in montagna. Arrestato dai nazisti, trascorre sette mesi nel carcere milanese di San Vittore; successivamente conosce gli orrori dei campi di concentramento tedeschi (è insieme al noto giornalista Indro Montanelli), da cui si salva grazie ad uno scambio di prigionieri tra Stati Uniti e Germania. Dopo aver condotto negli USA nel 1946 il programma radiofonico "Voci e volti dall'Italia" (per la stazione radiofonica del quotidiano "Il progresso italo- americano"), si stabilisce definitivamente nel Belpaese nel 1953, chiamato a sperimentare la neonata Televisione con il programma "Arrivi e partenze". Il programma va in onda il 3 gennaio 1954 alle 14.30: è il primo giorno di trasmissioni della televisione italiana. Il programma che incorona Mike Bongiorno come icona televisiva è sicuramente "Lascia o raddoppia?" (che si ispira alla versione americana "Una domanda da 64.000 dollari"), primo grande quiz della storia della TV italiana, successo incredibile, tanto da far chiudere i cinema al giovedì sera. Va in onda dal 1955 al 1959. Da allora Mike Bongiorno ha inanellato una serie incredibile di successi tra cui ricordiamo "Campanile Sera" (1960), "Caccia al numero" (1962), "La fiera dei sogni" (1963-65), "Giochi in famiglia" (1966-67), "Ieri e oggi" (1976), "Scommettiamo" (1977), "Flash" (1980). Umberto Eco nel 1961 traccia un profilo indimenticabile del conduttore nella sua celebre "Fenomenologia di Mike Bongiorno". Uno dei programmi più importanti di Mike Bongiorno è "Rischiatutto" (1970-1974), in cui vengono introdotti in
TV l'elettronica e gli effetti speciali; Sabina Ciuffini è la prima valletta "parlante" della storia della TV. Nel 1977 conosce Silvio Berlusconi. Il noto imprenditore capisce che è giunto il momento di creare in Italia la TV privata; per avere successo chiama i più grandi personaggi della TV fino a quel momento: Corrado Mantoni, Raimondo Vianello, Sandra Mondaini e Mike Bongiorno. Mike già conosce le regole del marketing e il modello americano ed è il primo a portare gli sponsor nelle sue trasmissioni su TeleMilano (la futura Canale 5).
Si apre un nuovo capitolo della storia di Mike Bongiorno e, per certi aspetti, dell'Italia intera: i successi si chiamano "I sogni nel cassetto" (1980), "Bis" (1981), "Superflash" (1982-1985), "Pentatlon" (1985-1986), "Parole d'oro" (1987), "TeleMike" (1987-1992) e "C'era
una volta il Festival" (1989-1990). La sua impareggiabile esperienza gli vale nel 1990 la vice presidenza dell'emittente Canale 5. Parlando di Berlusconi Mike disse nel 1992: "Se fosse nato in America potrebbe persino fare il presidente". Dal 1989 ha condotto con grande successo "La ruota della fortuna", game show di provenienza americana, arrivando a stabilire lo strabiliante record di 3200 puntate. Nella sua lunghissima carriera, Mike Bongiorno vanta anche la presentazione di ben undici edizioni del Festival di Sanremo, l'evento televisivo più importante in Italia. Nel 1991 presenta la prima edizione del varietà "Bravo Bravissimo", giunto oggi alla decima edizione, dal quale prende spunto il nuovo programma "Bravo Bravissimo Club", ideato dai suoi figli. La sua ultima fatica
è la conduzione del nuovo programma di Rete 4 "Genius". Mike Bongiorno ha inoltre interpretato se stesso in alcuni film, tra i quali "Totò lascia o raddoppia?" (1956), "Il giudizio universale" (1961), "C'eravamo tanto amati" (1974) e "Sogni mostruosamenti proibiti" (1983). Il giorno 1 aprile 2001 Mike è partito da Milano in una spedizione diretta al Polo Nord: uno degli obiettivi dei 40 membri della spedizione è stato quello di compiere dei prelievi (effettuati dal CNR) nelle nevi della calotta polare, per verificare a migliaia di chilometri di distanza gli effetti dell'inquinamento prodotti dall'uomo. La spedizione, costata lunghi mesi di preparazione ai partecipanti e due miliardi di lire agli sponsor ingaggiati, è stata promossa dall'Opera romana pellegrinaggi per il centenario della prima spedizione al Polo nord, organizzata nel 1898 da Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi e che fu allora patrocinata da re Umberto I. L'inossidabile Mike, che qualcuno vorrebbe senatore a vita, oltre ad essere uno dei personaggi più imitati dai comici nazionali, è considerato il re della televisione, ma anche delle gaffe: notissime sono alcune sue battute, così bizzarre che l'hanno reso tanto popolare quanto il suo motto: "Allegria!". Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha conferito nel 2004 l'onorificenza di "Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica" al neo ottantenne Mike. Nel 2009, scaduto il contratto con Mediaset, firma per lavorare all'emittente Sky. Il giorno 8 settembre 2009, mentre era a Montecarlo, la vita di Mike Bongiorno viene stroncata da un improvviso infarto.
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Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Messaggio  Giovanni il Sab Apr 23, 2011 12:56 am




Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri, noto per il suo impegno nella lotta contro il terrorismo delle brigate rosse prima e alla mafia poi, di cui sarà vittima, nasce a Saluzzo, in provincia di Cuneo, il 27 settembre del 1920. Figlio di un carabiniere, vice comandante generale dell'Arma, non frequenta l'accademia e passa nei carabinieri come ufficiale di complemento allo scoppio della Seconda guerra mondiale.
Nel settembre del 1943 sta ricoprendo il ruolo di comandante a San Benedetto del Tronto, quando passa con la Resistenza partigiana. Finita la guerra con il grado di capitano, sposa Doretta Fabbo, che gli darà tre figli, Nando (che diventerà uomo politico più volte eletto parlamentare), Rita (nota conduttrice tv) e Simona. Dopo positive eperienze nella
lotta al banditismo, nel 1949 arriva in Sicilia, a Corleone, per sua esplicita richiesta. Nel territorio la mafia si sta organizzando e il movimento separatista è ancora forte. Qui il capitano Dalla Chiesa si trova ad indagare su ben 74 omicidi, tra cui quello di Placido Rizzotto, sindacalista socialista. Alla fine del 1949 Dalla Chiesa indicherà Luciano Liggio come responsabile dell'omicidio. Per i suoi ottimi risultati riceverà una Medaglia d'Argento al Valor Militare. In seguito viene trasferito a Firenze, poi a Como e Milano. Nel 1963 è a Roma con il grado di tenente colonnello. Poi si sposta ancora, a Torino, trasferimento che risulta per certi versi enigmatico: anni dopo si scoprirà essere stato ordinato dal generale Giovanni De Lorenzo, che stava organizzando il "Piano Solo", un tentativo di colpo di Stato per impedire la formazione del primo governo di centrosinistra. A partire dal 1966 - in coincidenza con l'uscita di De Lorenzo dall'Arma - e fino al 1973 torna in Sicilia con il grado di colonnello, al comando della legione carabinieri di Palermo. I risultati, come ci si aspetta da Dalla Chiesa, non mancano: assicura alla giustizia boss malavitosi come Gerlando Alberti e Frank Coppola. Iniziando inoltre a investigare sulle presunte relazioni fra mafia e politica. Nel 1968 con i suoi reparti interviene nel Belice in soccorso alle popolazioni colpite dal sisma: gli viene consegnata una medaglia di bronzo al valor civile per la personale partecipazione "in prima linea" alle operazioni. Svolge indagini sulla misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro (1970), il quale poco prima aveva contattato il regista Francesco Rosi promettendogli materiale che lasciava intendere scottante sul caso Mattei (presidente dell'ENI che perse la vita in un incidente aereo: il velivolo decollato dalla Sicilia, precipita mentre si avvicinava all'aereoporto di Linate). Le indagini vengono svolte un una importante collaborazione fra Carabinieri e Polizia; il capo della Polizia preposto è Boris Giuliano, in seguito ucciso dalla mafia. Nel 1973 Dalla Chiesa è promosso al grado di generale di brigata. Un anno dopo è comandante della regione militare del nord-ovest, che opera su Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria. Seleziona una decina di ufficiali dell'arma per creare una struttura antiterrorismo (la cui base è a Torino): nel settembre del 1974 a Pinerolo cattura Renato Curcio e Alberto Franceschini, esponenti di spicco delle Brigate Rosse, grazie anche all'infiltrazione di Silvano Girotto, chiamato anche "frate mitra". Il governo del paese gli affida poteri speciali: viene nominato Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta al terrorismo, una sorta di reparto speciale del ministero dell'interno, creato proprio per contrastare il fenomeno delle Brigate rosse che in quegli anni imperversava, con un riferimento particolare alla ricerca investigativa dei responsabili dell'assassinio di Aldo Moro. Grazie a Dalla Chiesa e ai suoi solleciti al governo del paese, in questo periodo viene formalizzata la figura giuridica del pentito. Facendo leva sul pentitismo, senza tralasciare le azioni di infiltrazione e spionaggio, arriva ad individuare ed arrestare gli esecutori materiali degli omicidi di Aldo Moro e della sua scorta, oltre che arrestare centinaia di fiancheggiatori. Grazie al suo operato viene riconsegnata all'Arma dei carabinieri una rinnovata fiducia popolare. Seppur coinvolto in vicende che lo scuotono, alla fine del 1981 diviene vice comandante generale dell'Arma, come già fu il padre Romano in passato. Fra le polemiche prosegue il suo lavoro, confermando e consolidando la sua immagine pubblica di ufficiale integerrimo. All'inizio del mese di aprile del 1982 Dalla Chiesa scrive al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini queste parole: "la corrente democristiana siciliana facente capo ad Andreotti sarebbe stata la "famiglia politica" più inquinata da contaminazioni mafiose". Un mese dopo viene improvvisamente inviato in Sicilia come prefetto di
Palermo per contrastare l'insorgere dell'emergenza mafia, mentre il proseguio delle indagini sui terroristi passa in altre mani. A Palermo lamenta più volte la carenza di sostegno da parte dello stato; emblematica e carica di amarezza rimane la sua frase: "Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì". Chiede di incontrare Giorgio Bocca, uno dei giornalisti più importanti del periodo, per lanciare attraverso i media un messaggio allo stato, un messaggio che ha come obiettivo la richiesta di aiuto e sostegno da parte dello stato. Nell'intervista (7 agosto 1982) c'è la presa d'atto del fallimento dello Stato nella battaglia contro Cosa Nostra, delle connivenze e delle complicità che hanno consentito alla mafia di agire indisturbata per anni.
Di fatto la pubblicazione dell'articolo di Bocca non suscita la reazione dello stato bensì quella della mafia che aveva già nel mirino il generale carabiniere. E' la sera del 3 settembre 1982, Carlo Alberto Dalla Chiesa è seduto al fianco della giovane seconda moglie (sposata solo poche settimane prima) Emanuela Setti Carraro, la quale è alla guida di una A112: in via Carini a Palermo, l'auto viene affiancata da una BMW con a bordo Antonino Madonia e Calogero Ganci (in seguito pentito), i quali fanno fuoco attraverso il parabrezza, con un fucile kalashnikov AK-47. Nello stesso istante l'auto con a bordo Domenico Russo, autista e agente di scorta del prefetto Dalla Chiesa, veniva affiancata da una motocicletta guidata da Pino Greco, che lo fredda. Le carte relative al sequestro di Aldo Moro, che Dalla Chiesa aveva portato con sé a Palermo, dopo la sua morte svaniscono: non è stato accertato se sono state sottratte in via Carini o se trafugate nei suoi uffici. Carlo Alberto Dalla Chiesa viene insignito della Medaglia d'Oro al valor civile alla memoria, con queste parole:
"Già strenuo combattente, quale altissimo Ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, della criminalità organizzata, assumeva anche l'incarico, come Prefetto della Repubblica, di respingere la sfida lanciata allo Stato Democratico dalle organizzazioni mafiose, costituenti una gravissima minaccia per il Paese. Barbaramente trucidato in un vile e proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sublimava con il proprio sacrificio una vita dedicata, con eccelso senso del dovere, al servizio delle Istituzioni, vittima dell'odio implacabile e della violenza di quanti voleva combattere". Se è vero che le istituzioni non sono state presenti nel suo momento del bisogno e questa pesante assenza è addirittura gravata sui familiari a partire dall'immediato periodo successivo alla morte, a ricordare alle generazioni il valore civile di questo importante personaggio italiano vi sono oggi in tutto il paese innumerevoli simboli di riconoscenza come monumenti, intitolazioni di scuole, caserme, piazze, vie e parchi.
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1945: Il bombardamento atomico su Hiroshima

Messaggio  Giovanni il Gio Apr 28, 2011 11:01 pm




La mattina del 5 agosto 1945, poche ore prima dell'alba, il quadrimotore
B-29 "Enola Gay" (nome della madre del pilota, il ventinovenne Paul W. Tibbets) si alza in volo da Tinian con a bordo 12 uomini di equipaggio e un unico ordigno bellico, che risulterà decisivo per la sorte del Giappone: una bomba atomica, denominata dagli statunitensi "Little boy". Lungo tre metri, con un diametro di uno e mezzo e un peso di cinque tonnellate, non ha un bersaglio preciso: verrà deciso al momento, secondo le condizioni atmosferiche. Arriva il bollettino meteorologico: "a Kokura cielo coperto in prossimità del suolo per nove decimi; a Nagasaki coperto totalmente; a Hiroshima quasi sereno, visibilità 10 miglia" Il bersaglio è scelto. L'aereo sorvola la zona a 10.500 metri di altezza e alle 8.15'17" viene sganciato l'ordigno. Tibbets scende in picchiata, guadagna velocità, vira di 180 gradi e si allontana. Ha 45 secondi di tempo. L'equipaggio conta sottovoce: "44, 43, 42, 41...". Un lampo abbaglia il cielo. "Cosa abbiamo fatto?". A 600 metri dal suolo la bomba esplode; dopo 7 secondi il silenzio è rotto da un tuono assordante: vengono distrutti tutti gli edifici nel raggio di tre chilometri, 30.000 persone muoiono sul colpo, altre 40.000 nel giro dei due giorni seguenti. Una colonna di fumo si alza lentamente a forma di fungo fino a 17.000 metri dal suolo. Inizia a cadere una pioggia viscida. I fiumi straripano ed invadono ciò che rimane della città giapponese. Alle 14.58 locali il B-29 di Tibbets atterra a Tianin. Ha segnato in modo indelebile la storia mondiale, ha lasciato un'impronta che rimarrà a lungo. Come si è giunti ad una così drastica decisione? La risposta va ricercata nella visione del mondo del dopoguerra che gli USA (o perlomeno chi li guidava) avevano sviluppato già prima del conflitto stesso, intuendo i grandi vantaggi che avrebbero potuto trarre da esso. Dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor, gli Stati Uniti decisero di entrare in guerra a fianco degli alleati. Quando però viene il momento di sottoscrivere un documento ufficiale, Roosevelt chiede che venga firmato con la sigla "le Nazioni Unite". L'idea che il presidente aveva di questo organismo era completamente differente dal ruolo che essa svolge al giorno d'oggi. Egli infatti vedeva l'ONU come un organismo oligarchico formato da quattro potenze (USA, Gran Bretagna, URSS e Cina) che avrebbero avuto il compito di controllare il resto del mondo. La proposta incontrò però una vivace resistenza sia Londra che a Mosca, che avrebbero preferito una serie di organizzazioni regionali che, per forza di cose, avrebbero dovuto trovarsi nella sfera d'influenza di una di queste potenze. Entrambe finirono per accettare lo schema proposto dagli Stati Uniti, ma solo per causa di forza maggiore. La situazione economica all'interno degli Stati Uniti aveva infatti cominciato a cambiare intorno al 1938: gli industriali e i banchieri che dapprima, contrari ai piani di Roosevelt riguardo all'economia interna, avevano cercato in tutti i modi di contrastarlo per salvaguardare i propri interessi, osservando l'evolversi della situazione in Europa, con il nazismo che diventava sempre più aggressivo e acquisiva sempre maggior potere, decisero poi di cambiare radicalmente la situazione del loro capitalismo. L'industria americana, iniziando infatti a prendere coscienza del fatto che le si stava presentando l'occasione irripetibile di ereditare le prerogative imperiali di Inglesi e Francesi, decise di sfruttare la grande influenza che il presidente aveva sulla massa per i propri interessi. A quel tempo il presidente in carica aveva il potere di eleggere, senza dover ottenere l’approvazione del senato, circa 2.700 persone tra funzionari e persone alle dipendenze dirette della Casa Bianca. Così i membri del Council on Foreign Relations, associazione dei più importanti banchieri, industriali, studiosi e uomini d’affari, poterono investire queste cariche, soprattutto nel ministero degli esteri, che mancava di esperienza e specializzazione, e che quindi era il posto adatto per i "tecnici" di Wall Street, riuscendo nel loro scopo di entrare nel controllo del paese. Nel 1939 si stipulò addirittura un contratto con il quale il Council si impegnava a fornire un gruppo di esperti e specialisti, prevedendo un futuro intervento degli U.S.A. nel conflitto mondiale. Si istituirono quattro gruppi di pianificazione strategica: uno per la sicurezza, uno per l’economia, uno per la politica e uno per i territori. Gli Stati Uniti si preparavano a sostituire l’Inghilterra nel dominio del mondo. Negli appunti del sottocomitato per la difesa del Comitato del Council si legge: "Gli Usa devono coltivare la visione di una regolamentazione del mondo, dopo questa guerra, che ci permetta di imporre le nostre condizioni, consistenti forse in una Pax Americana".
Gli Stati Uniti si ponevano quindi lo scopo di, eliminati il fascismo e il nazismo, formare una specie di impero, pensiero probabilmente non radicato nella massa, ma certamente nella classe dirigente. Col passare del tempo quindi il Council fu assorbito quasi interamente dai dipartimenti di Stato, fino a vedere nella potenza militare l’unico modo di attuare i propri scopi espansionistici. Così
la formazione delle Nazioni Unite entrò nella strategia statunitense. Prova dell’avvenuto unificamento tra potere politico ed economico può essere il fatto che il governo, per la produzione di tutto il necessario all’entrata in guerra del paese, si affidò esclusivamente ad industrie private. La scelta di questa strategia non fu però esente da scontri tra gli stessi membri del Council e del governo, dapprima solo nei corridoi, poi anche in Senato. Il pensiero basilare era però radicato nelle menti di tutti: l’investimento bellico passò nel giro due anni da 8.400 milioni di dollari nel ’41, a quasi 100.000 milioni l’anno dopo. Iniziò così anche un trasferimento di ricchezze dalle casse pubbliche a quelle private. L’invenzione della bomba atomica poté così essere utilizzata anche dall’industria americana, sia per scopi pacifici che per scopi bellici. Una volta dimostrata la possibilità di sfruttamento economico dell’arma nucleare, tutte le principali compagnie ed industrie vollero metterci le mani. Così si decise per una divisione tra le varie industrie della produzione dei vari materiali necessari a realizzare la bomba. L’unica fonte di uranio allora conosciuta era però il Sudafrica, che allora era sotto il dominio inglese: gli Stati Uniti dovettero quindi includere da subito l’Inghilterra nell’organizzazione della produzione della bomba atomica. Gli accordi fra governo e industria portarono quest’ultima a controllare, attraverso l’Atomic Energy Commission, creata originariamente dal governo per controllare lo sviluppo e i guadagni dell’energia atomica, ma passata appunto subito sotto la sua influenza, tutta l’industria nucleare, finendo per monopolizzarla.
Lo sviluppo della bomba e i possibili guadagni provenienti da essa, insieme alla ormai radicata convinzione del futuro dominio degli U.S.A. sul mondo, fecero nascere l’idea che le Nazioni Unite sarebbero dovute essere il mezzo per dare il via all’espansione degli States. La posizione presa durante la guerra, e le innumerevoli risorse di mezzi e uomini a disposizione fecero sì che gli U.S.A. mantenessero una posizione sempre un gradino più in alto anche dei loro alleati, così che questi, già provati dalla guerra, non potevano nemmeno provare a cercare di fermare quell’impero che si stava creando, pur essendone, in parte, a conoscenza . Roosevelt
decise quindi di proporre a Churchill un piano per la formazione
dell’ONU, che sarebbe
servito a dividere il mondo in quattro sfere di influenza, sotto il controllo di U.S.A., Inghilterra, Francia e Cina: egli dava infatti per scontato che Mao Tse-Tung non sarebbe mai riuscito ad imporsi e che la Cina sarebbe rimasta anche dopo la guerra dalla sua parte. Churchill non era però d’accordo, ed insisteva invece perché fra le grandi potenze fosse inclusa anche la Francia. I "gendarmi" del mondo furono così cinque e Churchill si impegnò per fare accettare questo schema anche ai sovietici. Durante la conferenza di Yalta Stalin espresse i propri dubbi riguardo al progetto degli statunitensi, temendo che potesse diventare un futuro strumento contro lui e la sua Russia. Ognuna delle tre potenze intendeva comunque rimanere al di sopra delle Nazioni Unite, che avrebbero inevitabilmente posto numerosi limiti ai loro disegni. Il 13 aprile del 1945 sopraggiunge però la morte del presidente statunitense Roosevelt. Il comando passa al vicepresidente Truman, che il 26 giugno, dopo la conferenza di S.Francisco, firma insieme a tutti gli stati del mondo allora definibili tali, con l'esclusione di Germania e Italia, la Carta dell'ONU. La Carta, condannando la violenza bellica fra vari stati, dava all'ONU il compito di mantenere la pace, e sottolineava l'uguaglianza di tutti i popoli. Questo era però l'aspetto esteriore: in pratica la Carta esprimeva una legge dettata dagli Stati Uniti che avrebbero punito chiunque vi si fosse sottratto. Si dava agli altri quattro "gendarmi" previsti in precedenza un potere maggiore, in quanto erano gli unici che
non avrebbero potuto essere dominati dagli Usa. Il 17 luglio si aprì la conferenza di Postdam tra i vincitori della guerra in Europa, e i calorosi rapporti tra Churchill, Truman e Stalin sembravano indicare una futura armonia tra le tre grandi potenze. Il presidente statunitense aveva però già ricevuto il telegramma "il bimbo è nato in modo soddisfacente", che indicava il successo degli esperimenti atomici nel New Mexico. Dal '42 si lavorava infatti segretamente per la produzione dell'arma e solo Gran Bretagna e Canada ne erano al corrente. Si era infatti deciso di tenera la Russia all'oscuro di tutto: la bomba doveva infatti dimostrare all'alleato sovietico la superiorità dell'occidente. Questa decisioni suscitò violente critiche tra i pochi al corrente del progetto, ma Churchill e Roosevelt restarono della stessa opinione. Si attendevano i dati relativi all'ordigno, ma non si poteva sfigurare davanti all'opinione pubblica con una spesa di più di due miliardi di dollari senza alcuna conseguenza effettiva.
Si prese quindi la decisione definitiva: utilizzare l'arma appena possibile. Nella conferenza di Yalta Stalin fu convinto ad entrare in guerra contro il Giappone subito dopo la fine della guerra in Europa, ma non venne a conoscenza del piano statunitense. Quando Truman passò al potere, non sapeva nulla di questo progetto, e confermo le decisioni prese da Roosevelt riguardo all' atomica. A Postdam seppe da Stalin che il Giappone aveva chiesto la pace, ma si oppose fermamente a questa decisione. Voleva infatti dimostrare a tutto il mondo ma soprattutto al Stalin quale fosse la reale potenza degli Usa. Come disse poi Churchill, il presidente cambiò però il suo modo di fare con i russi: aveva infatti saputo quale era la spaventosa potenza dell'arma che era stata sviluppata, in grado di mettere in ginocchio il mondo. Il 24 Truman ordinò di sganciare le bombe, poco dopo averne fatto un cenno a Stalin. Questo però non sembrò meravigliato: i suoi servizi segreti tenevano sotto controllo lo sviluppo dell'arma già dal '42 ed egli non voleva parlare delle ricerche sovietiche sulla stessa. Il presidente statunitense però, tornato in paria, diede l'ordine di prepararsi ad una guerra totale con la Russia, intuendo già quello che sarebbe accaduto. La guerra che prima vedeva U.S.A. e U.R.S.S. contro il Giappone per la vittoria definitiva di una guerra già vinta, si stava trasformando in un conflitto tra Stati Uniti e Russia, tra due blocchi politicamente e ideologicamente contrapposti, per il dominio del mondo. Il 6 agosto 1945 la prima bomba atomica
fu quindi sganciata sopra Hiroshima. Aveva una potenza pari a 12,5 chilotoni di TNT, al nucleo di uranio. Tre giorni dopo un'altra bomba di una potenza quasi doppia, con un nucleo di plutonio, fu sganciata su Nagasaki. Nel giro di cinque mesi morì un totale di 230.000 persone, tra morti all'istante e dopo più tempo, per via delle radiazioni nocive che la tremenda arma aveva sprigionato. Quando ciò venne fatto sapere, i capi militari statunitensi si mostrarono sorpresi: non si può sapere se essi davvero ignoravano le conseguenze dell'utilizzo della bomba o se agirono con cinismo, pur conoscendo l'effetto delle radiazioni che continuarono a mietere vittime per decenni. Truman, quando i dati relativi ai danni provocati dalla bomba gli furono comunicati, disse: "E' il più grande giorno della storia". In un comunicato affermava che le bombe erano state utilizzate per salvare la vita di 500.000 soldati americani, e che non erano altro che un avvertimento per il Giappone: se non si fosse arreso, altre bombe sarebbero cadute. Sottolineava inoltre come Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, che possedevano la formula per realizzare la bomba atomica, non l'avrebbero rivelata al mondo finché non si fosse scongiurato il rischio di una distruzione totale. Affermava poi: "Siamo in grado di dire che usciamo da questa guerra come la nazione più potente del mondo. La nazione più potente, forse, di tutta la storia". Ci si è sempre però chiesti se l'utilizzo delle due bombe e l'uccisione di 300.000 persone erano militarmente necessari. Gli U.S.A. avevano infatti già ricevuto una richiesta di pace da parte del Giappone e i rapporti dell'aviazione
affermavano che lo stato nipponico si sarebbe arreso certamente entro la fine dell'anno anche senza che si dimostrassero necessari lo sgancio dei due ordigni o le invasioni sul territorio giapponese. Questi rapporti smentiscono completamente il messaggio di Truman. Chi era quindi il vero destinatario della bomba? Le previsioni degli attacchi di terra già programmati ai danni del Giappone davano perdite non superiori a 40.000 uomini, ma il presidente continuò a gonfiare le cifre. Molti scrittori, nei loro saggi sull'energia atomica, avevano affermato l'inutilità militare del provvedimento definitivo. Nel '45 il timore di vedere la Germania vittoriosa non esisteva più e il Giappone era sul punto di arrendersi e gli U.S.A. avevano utilizzato le uniche due bombe di cui erano a disposizione con una fretta ingiustificabile. I più autorevoli scienziati statunitensi avevano inoltre ammonito il presidente di non utilizzare la bomba contro civili. Perché il presidente aveva agito comunque? Alcuni scrittori danno come motivo il fatto che Stalin si era impegnato ad attaccare il Giappone per l'8 agosto. Era chiaro che se la Russia fosse riuscita a scontrarsi vittoriosamente con il Giappone finche gli Stati Uniti erano fermi a Okinawa, ne avrebbe ricavato un grande prestigio internazionale, a danno degli Usa. Così, sganciate le due bombe, l'attacco russo riuscì, ma passò inosservato, a causa del clamore provocato dall'utilizzo della bomba nucleare. Cousins e Finletter danno un'interpretazione "americana" dell'accaduto dicendo: "Agendo così, abbiamo evitato una lotta per ilcontrollo effettivo del Giappone... Se noi non fossimo usciti dalla guerra in netto vantaggio sulla Russia, non avremmo avuto nessuna possibilità di opporci alla sua espansione". Si arriva così a dire che il lancio delle bombe può già essere considerato il primo atto della guerra fredda. L'idea di utilizzare la bomba atomica come arma contro l'U.R.R.S. era nata già prima della fine della guerra, poiché gli U.S.A. avevano già intuito ciò che sarebbe successo. Il resoconto dei giornalisti giunti sul luogo del disastro prima dell'arrivo degli americani scrivono che tutti i feriti erano destinati a morire, che le radiazioni facevano morire più di 100 persone ogni giorno. Il giornalista W. Burchett, nel suo rapporto ai sovietici, scrive: "Gente non toccata dal cataclisma sta morendo ancora, misteriosamente, orribilmente... Hiroshima fa pensare ad una città sulla quale sia passato un enorme rullo compressore che l'abbia stritolata, annientata per sempre... Negli ospedali ho scoperto persone che, pur non avendo ricevuto alcuna ferita al momento dell'esplosione, stavano tuttavia morendo per i suoi misteriosi effetti". La stampa americana replicò più volte sottolineando che non c'era radioattività ad Hiroshima e dicendo che la propaganda del Giappone era volta soltanto a danneggiare gli Stati Uniti davanti all'opinione pubblica. L'esplosione della bomba non suscitò un grande clamore a Mosca: i principali quotidiani la nominarono soltanto, e non parlarono neppure di quella di Nagasaki. Solo
giorni dopo accusarono la propaganda statunitense di voler sminuire il ruolo della Russia nella vittoria definitiva della guerra. Quando però le informazioni sugli effetti della bomba giunsero negli States, i militari si organizzarono subito per bloccare questa fuga di notizie. Chiusero l'accesso ai luoghi delle due stragi, sequestrarono tutto il materiale informativo, fecero chiudere alcuni laboratori e ospedali che si occupavano di studiare gli effetti della strage. Un reparto medico dell'esercito giunse ad Hiroshima per studiare questi effetti; ancora adesso, a 55 anni di distanza, si stanno curando persone affette dalle conseguenze del bombardamento. Questa politica di oblio funzionò perfettamente e la questione passò in secondo piano. Nonostante il generale Eisenhower avesse annunciato che la bomba nucleare non sarebbe più stata usata come mezzo d'attacco, la politica militare degli Stati Uniti stava cambiando: secondo i rapporti di alcune riunioni segrete "gli Stati Uniti hanno potuto fino ad ora attenersi ad una tradizione di non colpire mai fino a che non fossero attaccati. Per il futuro, la nostra forza militare dovrà essere capace di sopraffare il nemico e di annientare la sua volontà e capacità di fare guerra prima che possa infliggerci un danno significativo". Ci si preparava, quindi, a dover scatenare una guerra contro l'U.R.R.S. prima che quella potesse organizzarsi per farlo per prima. Era già stato preparato un piano che prevedeva la distruzione di venti città russe con un attacco a sorpresa. Proprio il fattore sorpresa sarebbe dovuto essere quello su cui basarsi in caso di guerra. Tutto questo con la piena consapevolezza che la Russia non era in grado, al momento, di opporsi in nessun modo agli U.S.A.. Questi volevano infatti non solo che nessuno potesse attaccare la potenza statunitense, ma che nessuno fosse nemmeno in grado di difendersi da essa. Il generale Groves insisteva addirittura affinché nessuno oltre a U.S.A., Canada e Gran Bretagna fosse in grado di costruire ordigni nucleari. Tutto ciò fa vedere come il progetto degli Stati Uniti sia sempre stato quello di rimanere al di sopra di ogni altra nazione, tanto in guerra come in pace, tanto nel presente quanto nel futuro.
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Giovanni

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Re: ** Per non dimenticare **

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